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Nel corso dei miei studi mi è capitato di imbattermi in questo paragrafo molto interessante, intitolato Adottare un animale: educarsi alla responsabilità, tratto da un libro che vi consiglio caldamente: "Vivere con gli animali in città - manuale di zooantropologia urbana", di Roberto Marchesini, Calderini edagricole, anno 2000. “Spesso non si pone una sufficiente attenzione a quel delicatissimo momento che precede l’atto dell’adozione, un evento da preparare con grande responsabilità e che purtroppo molto spesso viene vissuto con estrema leggerezza. L’adozione infatti dovrebbe essere sentita come atto irreversibile: se un animale viene accolto all’interno della nostra famiglia o sfera privata e affettiva, non può e non deve essere estromesso alle prime difficoltà. Anche riguardo all’educazione dei bambini, va detto che è assolutamente sbagliato abituarli alla facilità dell’adozione, ovvero alla consuetudine di venir accontentati ogniqualvolta desiderino un animaletto, senza aver maturato il concetto del “per sempre”. L’idea che ci si possa sbarazzare con leggerezza del beniamino domestico quando, per uno o più svariati motivi, la sua presenza ci è venuta a noia o si è dimostrata onerosa, è infatti quanto di più diseducativo ci possa essere: non solo nell’ambito del rapporto uomo-animale, ma in tutte le situazioni affettivo-relazionali. I legami, infatti, al di là di ogni legittimo entusiasmo iniziale, comportano sacrifici, difficoltà, momenti difficili, doveri che quasi sempre si vorrebbero evitare perché implicano rinunce e fatiche. Quei genitori che assecondano il proprio bambino nei suoi epidermici entusiasmi, come negli altrettanto superficiali disamoramenti, in realtà non si accorgono di crescere, nel profilo psichico del loro figliolo, sentimenti di disimpegno, leggerezza, anaffettività. Quando l’animale entra in casa e il bambino, dopo il primo amore, non viene richiamato all’interesse e al concreto prendersi cura dell’animale, si viene a spezzare quel filo di continuità affettiva che sta alla base del legame e nel quale sacrificio e soddisfazione altro non sono che le due facce della stessa medaglia. Se il genitore si sostituirà nell’oneroso compito del “prendersi cura di qualcuno” non darà al bambino l’opportunità di sviluppare un rapporto completo con l’animale. In questo caso il genitore incentiverà nel bambino solo il manifestarsi di passioni superficiali e temporanee, perché puntualmente premiate dall’atto del dono. […] Tra genitore e figlio si viene a creare così un circolo vizioso motivazionale: tanto più il genitore si dimostra benevolo verso gli entusiasmi superficiali del proprio figlio, tanto più il bambino li svilupperà e imparerà a colloquiare con il genitore attraverso la manifestazione di tali comportamenti. In breve, il genitore si troverà ad accollarsi gli obblighi e le rinunce dell’adozione, mentre il figlio passerà con estrema facilità da un entusiasmo all’altro. Non è difficile comprendere le dinamiche che reggono questo rapporto: l’animale non è altro che una scusa per continuare quel dialogo tra sordi che si è venuto a creare tra genitore e figlio.” La domanda sorge spontanea: che ne sarà dell’animale? Nella maggior parte dei casi finirà nelle mani sbagliate o, peggio ancora, in mezzo ad una strada. Tanto che importa, “è solo un animale” no? Però caso vuole che anche quando si fa notare ad un genitore come ci si comporta con il proprio figliolo, ci si sente rispondere “è solo un bambino”. Insomma, animali e bambini nella società odierna sono fortemente sottovalutati. Peccato, avremmo parecchio da imparare da loro…
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